SALVIAMO L’ISTRUZIONE DALLA RIFORMA GELMINI!

Stiamo assistendo in questi giorni alle lotte dei ricercatori e degli studenti contro la Riforma Gelmini, che dovrebbe avere il 30 novembre il via libera dal Parlamento. Non è un caso che coloro che protestano abbiano scelto i tetti, unico modo per bucare in un’informazione imbavagliata, e i luoghi culturali per mostrare il loro dissenso; soprattutto quest’ultimi sono significativi, perchè con questa legge di bilancio, mascherata da riforma dell’università, si vuole colpire ed indebolire la cultura di questo paese. Si assiste ad un taglio scriteriato in moltissimi settori. Un paese in crisi per ripartire dovrebbe puntare molto sull’innovazione e sulla ricerca, e quindi a monte sulla cultura, in modo da emanciparsi rispetto agli altri su prodotti di qualità ed eccellenza. Invece non è così; noi facciamo il contrario. E’ una politica, questa, suicida e senza senso. Ma non perdiamo la bussola e vediamo cosa dice la “riforma” Gelmini su alcuni punti fondamentali.

Fra gli elementi del DDL abbiamo la sostanziale fine del ricercatore; più poteri al Consiglio d’Amministrazione, nel quale possono entrare il 40% dei privati; lo svuotamento dei poteri del Senato Accademico; i rettori diventano onnipotenti, ma rimangono sotto il tallone delle graduatorie degli atenei meritevoli di ricevere i finanziamenti (su parametri finanziari e non di merito di laureati). Questi non sono tutti i punti della riforma, ma sono sicuramente i più critici. L’inserimento dei privati negli atenei è un primo passo verso la costituzione delle fondazioni, in puro stile americano; cioè di atenei che si sostentano solo grazie agli investimenti dei privati. Ma è proprio qui che nascono i problemi. Tralasciando il fatto che se un paese non ha una scuola pubblica d’eccellenza è un paese vecchio e quindi morto, a quali imprenditori verrà in mente di finanziare le facoltà umanistiche? Facoltà che notoriamente non hanno un grande tornaconto economico (salvo il campo dell’editoria). E qui torniamo al discorso che precedentemente ho fatto: cioè il Governo vuole mettere il cappio alla cultura; vuole persone più ignoranti e quindi più facilmente controllabili. E’ per questo che i ricercatori protestano; ma soprattutto perchè la loro figura sarà sostanzialmente abolita; a prenderne il posto vi sarà una soggetto ancora più precario, con un contratto triennale rinnovabile una seconda volta che porta poi ad un concorso nazionale. Nel caso quest’ultimo non venisse passato il ricercatore non ha più diritto a provare a lavorare nel campo che l’ha visto protagonista per 6 anni. Questa è un’angheria che giustamente non si può tollerare e che legittima quanti stanno lottando.

Comunque l’obiettivo della riforma è ben espresso nel finale del DDL in cui si dice chiaramente che “dall’attuazione delle disposizioni della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. E’ una pietra tombale per chi vuole una scuola pubblica eccellente e di qualità; ed è un’apertura ed un invito a tutte le scuole private. Smettiamola di tagliare i fondi per la nostra scuola pubblica, che da sempre ha sfornato grande menti, ma per il sistema chiuso e statico del nostro paese sono costretti ad emigrare all’estero. Un sistema che non si basa sull’innovazione e sulla ricerca, soprattutto a causa della mancanza di fondi, problema cronico questo. Quindi dico di smetterla di investire soldi in guerre, ma di girare una parte di questi fondi verso l’istruzione!!! Basterebbe non comprare inutili aerei-caccia, visto che noi non abbiamo nessuno da bombardare, per fortuna. Pensate che con un taglio del 20% sulle spese militari si risparmierebbero 4 miliardi di euro da destinare alle scuole e alle università. Sicuramente, parafrasando Susanna Camusso, leader della CGIL, “Forse con i libri non si mangia, ma si impara a vivere!!”. Ed io credo che chi ha ideato questa riforma, di libri, non ne abbia letti molti!

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