TROPPE BUGIE SULL’ARTICOLO 18

Davvero le imprese hanno bisogno di più flessibilità per crescere? Davvero l’articolo 18 è un freno o una anomalia?
Il ministro Fornero e la BCE, ci perdoneranno ma forse sono – per dirla con Keynes – “schiavi di qualche economista defunto” o di “qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro”.

C’è infatti un grosso luogo comune, alimentato in primo luogo da Pietro Ichino. Si dice che in Europa non esiste nulla di simile all’art.18. Davvero? No. Germania e Olanda hanno indici di protezione del lavoro che, secondo l’OCSE, sono di gran lunga più alti dei nostri. Cioè in parole povere è molto più facile licenziare da noi che da loro. Basta fare un giro sul web per rendersi conto di quanto sia (relativamente) difficile licenziare senza motivo in questi due paesi. In Germania la soglia di protezione scatta già a cinque dipendenti. Il reintegro – sebbene non obbligatorio per legge – è diventato la norma a causa di un intervento dell’alta magistratura tedesca. In Olanda per licenziare serve l’autorizzazione di una autorità amministrativa. L’Italia è addirittura sotto la media dell’Unione per protezione dai licenziamenti. Cioè siamo già un paese dai licenziamenti facili, come ben sanno i lavoratori. Altro che eccessiva rigidità. L’Italia è un’eccezione? Sì, è vero, ma per la sua bassa protezione del lavoro, non per la mancanza di flessibilità.

Passiamo ad un’altra argomentazione spesso ripetuta ma ancora più infondata: il presunto “effetto soglia”. Si dice che le nostre imprese sono piccole perché non vogliono superare la soglia dei 15 per non dover applicare l’obbligo di reintegro nel caso di licenziamento ingiustificato. Vogliono cioè tenersi le mani libere. Ora, cosa dovremmo aspettarci se ciò fosse vero? Che ovviamente le aziende con 13-14-15 dipendenti siano in una numero significativamente maggiore rispetto a quanto dovrebbero. E invece questo “addensamento” è inesistente. Le aziende con poco meno di 15 dipendenti sono esattamente dove dovrebbero essere nella scala, come si vede da questo chiarissimo grafico:

Un’altra bugia che viene spesso raccontata è che l’art.18 copre solo una minoranza dei lavoratori. Invece basta guardare i dati Istat per scoprire che i lavoratori protetti sono 7 milioni contro i 6 milioni e 400 mila non protetti dal reintegro. Infine, si dice che l’articolo 18 non riguarda in alcun modo i giovani. Invece l’articolo 18 dà un’arma preziosissima al precario che nei fatti svolge un lavoro da dipendente: denunciare il datore di lavoro e farsi assumere a tempo indeterminato. Senza l’articolo 18, infatti, il lavoratore verrebbe immediatamente cacciato, se non altro per “dare l’esempio”. Grazie alle ispezioni in molti call center – per dirne una – sono stati stabilizzati migliaia di precari, il tutto corroborato dal lavoro dell’allora ministro Cesare Damiano. Ma se non ci fosse stato l’articolo 18, molti di questi lavoratori ex cocopro sarebbero finiti per strada.

Insomma, la gran parte del dibattito sull’articolo 18 si basa su dei miti. Se si dicessero le cose come stanno sarebbe impossibile far passare una riforma che conviene solo a quelle imprese che non vogliono o non sanno fare innovazione e pensano di competere abbassando il costo del lavoro e le tutele. Ma questo è proprio il problema che dobbiamo risolvere, non certo favorire.

Tutti sappiamo che c’è il problema del precariato, ma togliere l’articolo 18 non favorisce i precari, semmai precarizzerebbe i contratti tradizionali. Piuttosto, bisogna trovare il modo di includere nelle tutele anche coloro che oggi non ce l’hanno. Come si può fare? Bisogna abolire tutta la selva di contratti precari che esistono. Solo a questa condizione poi ha senso discutere di “gradualità” nelle tutele in fase iniziale dopo l’assunzione, fermo restando che bisogna evitare che si aggiri l’art.18 usando il contratto di inserimento. La CGIL ha proposto il contratto di apprendistato come contratto per il superamento del precariato perché obbliga alla formazione (cioè ha dei costi) e quindi evita che poi, dopo 36 mesi di “prova”, il datore di lavoro dica “arrivederci e grazie” e prenda un altro lavoratore per altri 36 mesi, poi un altro per i successivi 36 e così via. Questo, accompagnato dall’obbligo di alcuni mesi di stipendio da elargire al lavoratore in caso di non prosecuzione del rapporto, avrebbe un effetto deterrente notevole per chi volesse fare il furbo.

La contrapposizione tra garantiti e non garantiti è solo nell’ideologia di chi la propaganda. Non è vero che l’Italia ha un mercato del lavoro troppo rigido. Non è vero che l’articolo 18 impedisca il decollo delle piccole imprese che vogliono diventare grandi. Mettiamo da parte questi falsi miti. Così avremo tempo di discutere i problemi veri sul tappeto.

Nota: il grafico rappresenta il numero di imprese per per numero di addetti, secondo i dati Istat del 1999 (vale a dire dopo ben 30 anni di applicazione dello Statuto dei Lavoratori), ed è tratto da qui.

di Guido Iodice

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