IL ’68 DEL QUEBEC

Un bellissimo articolo di mio cugino, Michele Barbaro, sulle lotte studentesche in Quebec scritto insieme a Davide Ilarietti e pubblicato su “Left” del 26 maggio 2012:

Il ’68 del Quebec

Hanno iniziato la loro battaglia per protestare contro l’aumento delle tasse, ora lottano per il diritto alla libertà di espressione. Nella regione francofona del Canada gli studenti potrebbero persino far crollare il governo di Jean Charest Carré rouge. Un quadrato di stoffa rossa, cucito sulla camicia a scacchi. «È il simbolo della nostra protesta», spiega Charles mentre infila un cappello da cowboy, «la sfida degli studenti alla legge marziale». Intorno, centinaia di manifestanti, di “carré rouge”. Segnaletica bruciata, vetri rotti, il tanfo dei fumogeni. E gli elicotteri che ronzano tra i grattacieli. A tre mesi dall’inizio delle proteste, Montreal è un Paese dei Balocchi in pieno ’68. E il Canada sembra lontano anni luce. La chiamano le printemps érable, la «primavera degli aceri». Il più lungo sciopero studentesco nella storia del Quebec, il più partecipato e anche il più violento, martedì 22 maggio ha compiuto cento giorni. Nato come forma di protesta all’aumento delle tasse universitarie, ha visto finora oltre 250 manifestazioni e quasi 2mila studenti arrestati, 300 solo domenica scorsa. 
Charles è uno di questi. Al secondo anno di psicologia, uscito (su cauzione) dopo una notte in cella, è la prova vivente che «il governo ha fatto un grave errore a mostrare i muscoli agli studenti ». E per «grave errore», Charles intende le leggi speciali approvate dal Parlamento del Quebec giovedì scorso: per porre fine alla protesta studentesca, a quella che il premier Jean Charest definisce «una situazione inaccettabile, durata troppo a lungo». Ma Charles continua a sfidare il coprifuoco, come ogni sera, da cinque settimane a questa parte. A volte anche il pomeriggio. «Cento di questi giorni», sorride. Nonostante le batoste («siamo stati caricati dalla polizia armata, sono stato ferito all’addome»). E nonostante la legge d’emergenza appena varata (Loi 78), che da qui al luglio 2013 vieta agli studenti di riunirsi in gruppi di più di 50 persone per le strade, senza autorizzazione. E impone la responsabilità legale agli organizzatori delle manifestazioni. Come Gabriel Nadeau-Dubois, portavoce del Classe, il maggiore sindacato studentesco del Quebec (con 80mila iscritti). Martedì scorso si è rifiutato di comunicare alla polizia il percorso della manifestazione per la celebrazione dei 100 giorni della protesta. «Ora, in base alla nuova legge, rischio fino a 35mila dollari (27mila euro, ndr) di multa», spiega a left, «il sindacato invece dovrà pagarne 125mila (poco meno di 100mila euro)». Dove prenderanno i soldi? «Facciamo appello alla società civile del Quebec, speriamo nelle donazioni. La gente deve capire che la nostra battaglia è per la libertà di espressione in questo Paese, non solo per le rette universitarie». Ne è convinto anche Richard Bernard, 54 anni, impiegato e “uomo qualunque” in tenuta da ginnastica e occhialini da piscina («è per evitare i gas lacrimogeni»). Lui, all’università non ci è nemmeno mai stato. Ma martedì scorso è smontato dal lavoro e si è unito agli studenti. «La protesta è anche nel mio interesse: il governo sta calpestando i diritti dell’individuo». E tra le barricate, assieme a Richard e Bernard, tra gli elicotteri che volano bassi e il fuggi fuggi che si ripete ogni sera per le vie del centro, c’è finito anche chi, magari, non avrebbe voluto. «Mi tengo lontano dai presidi come dai posti di blocco della polizia. Solo manifestazioni pacifiche», spiega Marcin, studente di filosofia, «ma sono stato fermato già diverse volte. E mi sono unito alla protesta solo da un paio di settimane». C’è chi, invece, la protesta l’ha vista nascere. Tra gli oltre 300mila studenti scesi per le strade di Montreal per la prima volta il 22 marzo scorso c’era anche Julie. Che vuole – vorrebbe – laurearsi in Scienze politiche. «Non vengo da una famiglia benestante», spiega. «Dovrò piantare gli studi e cercarmi un lavoro, con le nuove tasse». Tasse che, in base alla legge approvata a febbraio, aumenteranno del 75 per cento nel giro di 7 anni. «Protesto perché non posso fare altro. Ho già perso 3 mesi di lezioni, ma sono pronta a andare avanti tutta l’estate». E il Classe ha già annunciato proteste a oltranza per il periodo estivo. Un’ipotesi che ha mandato su tutte le furie il primo ministro Jean Charest, che ha annunciato a breve un progetto di legge per la riorganizzazione del calendario scolastico. «Le lezioni riprenderanno ad agosto, permettendo così agli studenti di completare le loro sessioni».
Ma la situazione è tutt’altro che sotto controllo. Tra lanci di pietre, molotov e metropolitane bloccate, c’è già chi chiama il Quebec la Grecia del Canada. E la crisi va ben oltre i problemi di ordine pubblico. Il partito liberale, al governo dal 2003 e da mesi in calo vertiginoso di consensi per uno scandalo-corruzione che ha investito l’esecutivo, ha avviato una politica di tagli alla spesa pubblica per ridurre la pressione fiscale – la più alta in tutto il Canada – e la dipendenza dalle altre province (che trasferiranno a Montreal «equalization payments» per 7,3 miliardi di dollari nel 2012). Ma le contestazioni dei tagli ai fondi per la formazione universitaria hanno già portato alle dimissioni, la settimana scorsa, del ministro dell’Istruzione – e vicepremier – Line Beauchamp. «La verità è che il governo ha perso qualsiasi legittimità morale», spiega a left Christian Nadeau, professore di Filosofia politica all’università di Montreal e fra i “padri spirituali” della protesta. «La scelta di imporre l’ordine con l’uso della forza non può avere altra conseguenza che l’inasprimento del conflitto». Secondo Nadeau «l’unica soluzione è di intavolare un vero dibattito pubblico, che coinvolga tutti i sindacati » perché «le cause di questa protesta sono politiche, ed è sul terreno politico che dobbiamo cercare una soluzione al problema delle tasse. Ora, il governo ha scelto di rinunciare sia al diritto che alla legittimità politica. Ricorrendo a un gesto autoritario che tradisce lo spirito stesso della nostra Costituzione».

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