Perché è giusto abolire l’articolo 18

distesa_fiori_sfondo_ipadOra vi spiego perché è giusto abolire definitivamente l’articolo 18. Il famoso articolo dello statuto dei lavoratori che dovrebbe tutelare appunto i lavoratori da licenziamenti illegittimi, che avvengono cioè senza la comunicazione della motivazione che ha portato al licenziamento, o per cause discriminatorie.
E’ giusto abolire questa che dal 1970 ad oggi è stata considerata una tutela, perché è il naturale proseguimento e compimento dello smantellamento di qualsiasi diritto e di qualsiasi garanzia dei lavoratori. Alcuni di voi, a questo punto, potrebbero archiviare questo post sotto la voce “ideologico”, e dedicarsi ad altre letture. Bene. A voi auguro buona fortuna.
La fortuna che molti non hanno.
Seppur non si vuole parlare di uno smantellamento giuridico, stiamo parlando di uno smantellamento nei fatti di qualsiasi tipo di tutela che negli ultimi anni ha portato noi lavoratori italiani ad essere sempre più simili a quei lavoratori cinesi ridotti a un punto molto vicino a quello della schiavitù, senza sindacati cui potersi appellare.
Le conversazioni dei giovani della mia generazione – la “generazione perduta”, senza alcuna speranza, come ci definì l’allora presidente del Consiglio Mario Monti, in un momento di estrema verità che fu rapidamente archiviato -, sono pieni di storie che raccontano in che stato è ridotto il nostro mercato del lavoro.
Se non avete mai pianto per un lavoro perso all’improvviso, se non avete mai avuto il dilemma di fare un figlio perché non avevate diritto alla maternità nonostante dieci-quindici anni di contributi versati alla cassa previdenziale di appartenenza, se non avete mai dovuto aprire una partita iva per lavorare nonostante il vostro lavoro non abbia niente a che vedere con una libera professione, se non avete dovuto passare intere serate a trent’anni passati a riflettere su come “re-inventarvi” un lavoro, se non avete mai dovuto fare una valigia e lasciare il vostro paese per andare a guadagnarvi un pezzetto di dignità all’estero, se non avete mai dovuto accettare un lavoro gratis o quasi perché “devi credere nel progetto”, allora non sapete di cosa stiamo parlando.
Abolire l’articolo 18 va benissimo per chi, a 50 anni, non ha il problema di doversi “ricollocare” o “re-inventare” una professione per portare il piatto a tavola, va bene per chi ha sempre vissuto di consulenze grazie alla politica, va bene a chi cade sempre in piedi. Non per chi ha un solo stipendio e quello solo e con quello mantiene una famiglia.
La mia generazione è una generazione di donne e di uomini che sempre più spesso pensano di tornare alla terra, un lavoro di grande dignità e importanza, ma anche segno di un fallimento di una società che non è in grado di fornire giusto riconoscimento agli sforzi fatti, agli studi affrontati, per non parlare del tentativo che una società civile dovrebbe compiere per cercare di garantire che ognuno si realizzi seguendo le proprie passioni, predisposizioni e ambizioni.
Gli amici andati via ti parlano di piccole conquiste quotidiane che viste da qui sembrano imprese mirabolanti. Carriere avviate, dal cameriere al ricercatore, tutti sono trattati con professionalità, a tutti viene riconosciuta una competenza, a tutti a distanza di qualche tempo vengono garantiti aumenti salariali, avanzi di posizione e possibilità di carriera. Noi, i rimasti, ascoltiamo queste storie come fossero un racconto meraviglioso e impossibile. “Parti” ci dicono, “vai via, all’inizio fa paura, ma poi non tornerai più indietro”.
Dunque è vero, noi, la generazione perduta, l’articolo 18 non l’abbiamo mai conosciuto, e non sappiamo che farcene. Ma questo perché nessuno, dalla politica ai sindacati, è stato in grado di leggere i cambiamenti in atto e di affrontarli nel giusto modo. Abolitelo dunque questo vecchio, antico arnese chiamato articolo 18, controllateci con le telecamere, licenziateci e risarciteci con un indennizzo economico. Se credete che questo serva a rilanciare l’economia, dunque se lo facciamo per i nostri figli, facciamolo.
Noi tanto siamo già altrove, con gli studi fatti in Italia, con gli sforzi economici dei nostri genitori che per noi rosicchiano i risparmi di una vita. Dove? Ovunque nessuno ci chieda di lavorare per 500 euro e di “credere nel progetto”. Ovunque puoi avere un dottorato perché hai studiato e non perché sei “figlio di”. Ovunque la tua professionalità e la tua presenza non sono una minaccia da monitorare con una telecamera, ma una risorsa su cui investire a lungo.

di Giulio Finotti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...